D'Alessio Ciro insenatura mediterranea

Ciro D’Alessio – Seni Mediterranei – olio materico su tela – cm. 80×100

Biografia

Ho cominciato a dipingere per caso all’età di 18 anni. Mi fu regalata una scatola di colori ad olio e volli provare. Da allora non più smesso. Per i primi dieci anni ho dipinto come amatore. Era il mio rifugio dallo stress degli studi e della vita. Facevo all’epoca lunghe passeggiate in canoa d’ inverno, quando il mare è spopolato di turisti, ma ricco di sensazioni, silenzi, atmosfere. Sulle tele cercavo di ricreare quella sensazione di felicità e benessere, quell’attimo di illusoria fusione con il tutto.  All’epoca il mio motto era un verso di Hoederlin che ora cito a memoria: “essere uno con il tutto: questa la condizione degli dei”
Poi ho deciso che la pittura non doveva essere il mio hobby, ma la cosa più importante della mia vita, la mia professione. Lasciai casa dei genitori dove ero vissuto comodamente da studente e me ne andai a vivere da solo in periferia: nella terra dei fuochi, in un vecchio casolare isolato nelle campagne: qui avevo tutto lo spazio e tutto il tempo per potermi concentrare solo sulla pittura. Qui piano piano ho maturato il mio particolare percorso

Perché dipingevo? Cosa cercavo con quei dipinti? Cercavo in qualche modo di sintonizzarmi con la natura.
La mia pittura preferita era quella macchiaiola ed impressionista, la pittura che più si era immersa e concentrata sul tema natura. Rappresentavo così paesaggi e scene all’aperto. Ero essenzialmente autodidatta, ma ho seguito le dritte di alcuni pittori napoletani. Amavo creare paesaggi o scene dove gli elementi non si staccassero in maniera netta ma tendessero a confondersi. In una prima fase facevo ciò esagerando con la sfumatura: una pittura tenue, tutta spolvero, ma con colori non privi di una loro forza. In seguito ho cominciato a creare l’ illusione del “tutto in uno” frantumando le figure e gli elementi in un insieme di macchie, che ottenevo con colpi di spatola netti; l’ unità complessiva della composizione era poi data dall’attenzione ai passaggi cromatici ed alla coerenza della tonalità complessiva. Sceglievo soggetti che si confacessero a questo desiderio di rappresentare il senso Panico, di fusione ideale tra uomo e natura: giovani che giocano all’aperto, che si scaldano al sole, che si tuffano in acqua…etc.
Era un arte disimpegnata? Forse, io non la ritenevo tale, ma ritenevo fosse un grande impegno in favore del progresso umano, additare una condizione di utopica armonia tra uomo e uomo, tra uomo e ambiente.
C’ era però qualcosa che mi lasciava insoddisfatto.
Prendendo dimistichezza con la materia pittorica, avevo imparato che essa ha una sua bellezza. Che non era solo strumento atto a rappresentare una bellezza a lei esterna, rispetto alla quale stava come il segno rispetto al significato, ma era essa stessa bellezza, essa stessa significato.
Dipingendo mi rendevo conto che la pittura non può solo rappresnetare illusoriamente il movimento si un corridore, ma può essere essa stesso movimento, essa stessa energia, essa stessa espressione.
Cominciai per gioco a fare i primi esperimenti di pittura non figurativa, senza scopo di illustrare o descrivere nulla, se non lasciare esprimere la pittura stessa.
Le fasi in cui si matura un cambiamento, sono fasi di grande entusiasmo, ma anche di grande crisi: che fine facevano la natura panica, il gioco in senso schilleriano, l’ utopia di un mondo riconciliato, se la pittura diventava per me creazione di giochi di macchie slegato da tutti quei contenuti?
Un giorno mi misi un una tela sulle spalle e andai a dipingere sugli scogli immerso nella natura: feci un quadro non figurativo. Eppure qualcosa della natura che mi aveva accolto era entrato in quel lavoro: mi ero come sintonizzato con le sue armonie, con le sue onde, e avevo cercato di riprodurle sulla tela.  Se guardavo me stesso non più come un soggetto separato che cerca di descrivere un mondo separato, ma vedevo me stesso immerso in questo mondo, parte di questo mondo, una continuazione di questo paesaggio, di questa natura, allora era la natura stessa, nelle sue vibrazioni profonde e non nelle sue forme esterne,  che tramite me, suo strumento, si imprimeva su quella tela. Cominciai a vedere il dipingere non più come un rappresentare la natura, ma come un aprirsi ad essa, un mettersi in ascolto affinché essa imprimesse le sue onde nella pasta colorata.
Quell’esigenza di rompere con le forme statiche del disegno, con i contorni che chiudono e imprigionano i movimenti, trovava ora piena espressione: non rinunciavo a dipingere il senso panico, l’ utopia di un mondo riconciliato, semplicemente lo facevo finalmente al di là di schemi e costrutti, abbandonandomi al colore ed al ritmo delle spatolate, distruggevo la forma mentale, ma lasciavo entrare la natura ribollente, “il friggere della materia”.

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